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Agricoltura
Gli alimenti geneticamente modificati dovrebbero rimanere vietati in Svizzera? Bruno Studer, botanico all'ETH, non la pensa così. Ritiene infatti che i nuovi metodi di selezione vegetale possano rendere l'agricoltura più sostenibile e resistente.
Sono favorevole a rivalutare la situazione. Quando il divieto è stato introdotto, quasi 20 anni fa, l'ingegneria genetica era ancora un territorio inesplorato. All'epoca era difficile valutare le conseguenze di un uso non regolamentato. Da allora, grazie a innumerevoli studi, sappiamo molto di più sui benefici e sulla sicurezza dei processi.
A dire il vero non soddisfa più il suo scopo originario. Dobbiamo soprattutto definire con maggiore precisione il termine "ingegneria genetica".
Perché i metodi si sono evoluti. Con i nuovi metodi di selezione vegetale, le piante possono essere modificate nello stesso modo in cui potrebbero modificarsi in natura o con la selezione convenzionale, ma in maniera mirata e molto più efficace. Come procediamo con queste piante? Abbiamo bisogno di definizioni al passo con i tempi e di una distinzione chiara tra ciò che va o non va autorizzato.
Non è possibile generalizzare così. Anche in questo caso dobbiamo fare una distinzione: stiamo parlando di ingegneria genetica classica o di nuovi metodi di selezione? Studi recentissimi dimostrano che una percentuale significativa della popolazione svizzera è favorevole a nuovi metodi di selezione vegetale, a condizione però che il loro impiego assicuri un vantaggio reale.
La riduzione di pesticidi nell'agricoltura, ad esempio
Vedo un grande potenziale per le mele e l'uva: entrambe sono profondamente radicate in Svizzera, ma la produzione genera un'impronta ecologica enorme. I nuovi metodi di selezione vegetale aiutano a migliorare la resistenza contro le malattie come la ticchiolatura o il colpo di fuoco batterico del melo o la peronospora e l'oidio della vite, senza dover rinunciare alle caratteristiche apprezzate delle mele Gala o dell'uva Pinot. Ciò ridurrebbe notevolmente l'uso di pesticidi.
Il termine stesso è manipolativo in quanto alimenta la paura e suona poco professionale. Tutte le colture come le conosciamo oggi sono nate dalla "manipolazione" dei geni e assomigliano solo lontanamente ai loro antenati.
In molti casi l'applicazione di nuovi processi di selezione è più efficace per raggiungere gli obiettivi, ad esempio per migliorare la resistenza alle malattie di affermate varietà di mele, uva o patate. Inoltre si aprono opportunità inedite, che la selezione vegetale tradizionale non offre. Penso alla riduzione dello spreco alimentare grazie a una durata di conservazione più lunga o al miglioramento dei componenti e quindi della qualità dei prodotti.
Dipende da come i metodi vengono applicati. Durante gli oltre 20 anni di ricerca nel campo della sicurezza non è emerso un solo esempio scientificamente fondato, attribuibile alla tecnologia, di effetti negativi delle piante geneticamente modificate.
Nella vita nulla è privo di rischi. Per quanto riguarda l'ingegneria genetica e i nuovi metodi genomici nella selezione vegetale, il rischio non è superiore a quello della selezione convenzionale. È possibile affermarlo sulla base dei risultati di programmi di ricerca pluriennali, oggi confermati da migliaia di studi.
Certamente. È fondamentale la definizione di "ingegneria genetica" e "senza OGM" nonché la loro distinzione. Il nostro obiettivo non dovrebbe tuttavia essere un'agricoltura "senza OGM", ma un'agricoltura e un'industria agroalimentare sostenibili. Rinunciare a priori a queste tecnologie non sarebbe un approccio corretto alla luce delle sfide globali attuali.
La discussione sulla brevettabilità dei prodotti provenienti da nuovi metodi di selezione non ha ancora portato a una decisione definitiva. La dipendenza o meno dai grandi produttori internazionali di sementi e dall'estero scaturisce in ultima analisi dal modo in cui regolamentiamo giuridicamente la gestione dei nuovi metodi di selezione vegetale. Questo rischio è particolarmente alto se neghiamo per legge l'accesso a determinate tecnologie per le specie indigene o se imponiamo costose procedure di autorizzazione alle piccole e medie imprese specializzate.
Hanno il compito di informare apertamente e obiettivamente la clientela su questo tema. Dato il loro impegno a favore della sostenibilità, dovrebbero verificare come le piante derivate dai nuovi metodi di selezione vegetale possono contribuire a raggiungere questo obiettivo.
In linea di principio l'etichettatura obbligatoria è auspicabile per garantire la libertà di scelta di consumatrici e consumatori. Tuttavia l'indispensabile separazione del flusso di merce lungo tutta la catena del valore comporterebbe un forte onere di lavoro in più. L'onere maggiore sarebbe però difficilmente giustificabile per prodotti simili a quelli ottenuti con la selezione convenzionale. Anche il vantaggio di una tale differenziazione ai fini della trasparenza è controverso.
In molti casi queste etichette vengono ignorate o addirittura fraintese. Di conseguenza non sono utili a garantire una scelta informata.
Ne sono convinto. Rispetto al passato il dibattito è certamente meno teso. Molte voci inizialmente critiche riconoscono il potenziale di queste tecnologie; ne è un esempio il pioniere del biologico Urs Niggli. Sono le applicazioni sensate che permetteranno di affrontare questo tema in maniera più oggettiva.